Lettera dello Scrivano di Rebibbia al Presidente della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco
Una lettera di Fabio Falbo

Riceviamo e pubblichiamo nel rispetto delle norme dell'Ordinamento Penitenziario.
Caro Presidente della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco, sono Fabio Falbo "Lo Scrivano di Rebibbia", leggendo il tuo articolo datato 3 luglio 2026 pubblicato (da SkyTgInsider) non posso che ringraziare per le parole che hanno toccato i cuori di chi patisce una pena senza diritti, non era mai successo che la Biennale portava alla ribalta la questione carceraria facendo capire che tale questione non è un problema dei carcerati ma della società. Non è la prima volta che ci hai fatto conoscere e hai fatto conoscere alla società la geografia dei diritti, anche perché ci sono momenti nell'abisso del silenzio penitenziario, in cui si ha l'impressione che il mondo fuori abbia smarrito non solo la memoria dei reclusi, ma l'alfabeto stesso dell'umanità.
Poi arrivano le tue parole e non sono solo righe su un foglio, sono una boccata d'aria fresca che spacca il cemento, un atto di coraggio intellettuale che restituisce un nome, un volto e un'anima a chi è stato scientificamente privato di tutto.
Ti scrivo con la penna di chi abita ogni giorno quel "muro alto", ma ti scrivo soprattutto da uomo a uomo, la tua riflessione mi ha profondamente commosso e scosso, sentirsi definire da una delle voci più autorevoli della nostra cultura come il "carcerato simbolo di tutte le battaglie per la giustizia giusta" non è un titolo di vanità, è una responsabilità che fa tremare le vene e i polsi.
Ma è quel passaggio in cui mi accosti al Conte di Montecristo - ribaltandone lo stigma dalla vendetta al soccorso -, che ha toccato le corde più intime della mia scelta di vita, hai letto dentro di me con una chiaroveggenza che solo i grandi spiriti possiedono, la mia scrittura, il mio essere lo "Scrivano", non è una rivalsa contro la società, ma un disperato e quotidiano cantiere di cura, un argine umano contro il naufragio di fratelli che non hanno più voce per gridare il proprio dolore.
Nel deserto di questa estate rovente, dove le carceri diventano cloache d'afa e di disperazione, la tua denuncia contro la canea dei "manettari" è una lezione di civiltà immensa, hai smascherato l'ipocrisia di una certa destra cieca e io aggiungo anche di una certa sinistra, ricordando le nostre radici latine, la pietas e la gravitas, contro la barbarie biblica del "dente per dente".
Il legame nato tra quelle sbarre con Gianni Alemanno, che tu hai saputo descrivere con tanta nobiltà è la prova vivente che l'inferno può generare alleanze di luce, abbiamo condiviso il pane della sofferenza e la sete di libertà, e sapere che tu vedi in lui il Commissario ideale per questa emergenza - guidato dalla "voce di dentro" - è la conferma che la nostra non è stata una parentesi, ma l'inizio di una rivoluzione culturale.
Permettimi di dirti una cosa Pietrangelo, anche gli intellettuali, anche i giganti del pensiero che tracciano la geografia dei diritti geopolitici e spirituali, hanno bisogno di verità, hanno bisogno di sapere che le loro parole non cadono nel vuoto, che fecondano la terra arida della sofferenza. La tua scrittura ha il potere terapeutico di accorciare le distanze, di demolire i pregiudizi, di gridare che ogni detenuto non è il suo reato, ogni detenuto è persona.
Oggi invoco con te, con tutta la forza dei miei polmoni e della mia storia, quel "Basaglia della giustizia" che sappia finalmente dismettere l'orrore del carcere, fino a quel giorno sappi che la tua pietas sarà lo scudo con cui continuerò a difendere la dignità dei miei compagni.
Grazie Pietrangelo, per averci guardato negli occhi, per averci teso la mano oltre il muro. Con la stima più profonda, l'affetto e l'immensa gratitudine del cuore.
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