Il “metro” sbagliato del carcere: la dignità umana contenuta in un numero
Diario dello Scrivano di Rebibbia – 8

Riceviamo e pubblichiamo secondo le norme dell'Ordinamento Penitenziario.
Per il Tribunale di sorveglianza di Roma la dignità della persona detenuta si misura solo in metri quadri e non in altro modo, peraltro con dei dati capziosi non solo tratti dal software ASD del DAP ma dalle relative informazioni della direzione che a seconda dell'occasione, la cella la fanno diventare a “fisarmonica” accorciandola o allungandola. I vari rigetti e le varie richieste di perizie di parte o d'ufficio anch'esse rigettate sono la prova.
Siamo tornati al metro, alla squadra e alla livella, a contare centimetri, a sottrarre arredi, a stabilire se la dignità umana possa essere contenuta dentro un numero. Ma questa volta la misura non appare più come uno strumento di tutela, ma rischia di diventare un alibi, perché il problema non è più solo misurare, è stabilire se ciò che si misura corrisponde alla realtà.
Lo scenario irrisolto dell'uscente Garante regionale Stefano Anastasia è palese, lo stesso che non si è limitato a osservazioni teoriche visto che ha effettuato verifiche dirette entrando nelle celle e utilizzando anche un metro laser, misurando sia la cella multipla occupata da Alemanno sia quella singola mia. Proprio per questo, alcune risultanze pongono interrogativi evidenti, risulta infatti una trasmissione formale dei rilievi al Presidente del Tribunale di sorveglianza di Roma e alla Direzione dell'istituto, ma limitatamente alle celle multiple. E già su queste emerge una divergenza significativa visto che per noi la superficie risulta di 20 mq, per il DAP è di 22 mq, mentre per il Garante supera i 23 mq, uno scarto che in un sistema fondato sui centimetri non è neutro.
Ancora più rilevante è ciò che manca, non risulta alcuna trasmissione formale relativa alle celle singole segnalate, in particolare quelle con servizi igienici a vista e con superficie inferiore ai 3 mq calpestabili, non risulta un report tecnico completo, non risulta un dossier trasmesso alle autorità competenti. E questo nonostante sia stata consegnata all'ufficio del Garante tramite un suo addetto “Gianfranco” una documentazione ampia (prima che Gianni Alemanno uscisse), con dati divergenti e misurazioni non coerenti riferite alle stesse celle, a ciò si aggiunge un fatto preciso riferito dall'addetto designato dal Garante per la pubblicazione e divulgazione delle inesattezze e incongruenze segnalate.
Ad oggi tuttavia, tale attività non risulta essere stata realizzata, nel frattempo le decisioni continuano e i rigetti si fondano su margini minimi di 3,05 mq o di 3,07 mq, differenze di pochi centimetri che diventano decisivi, anche alla luce della giurisprudenza europea che prevede meccanismi di compensazione tra i 3 e i 4,5 mq, ma solo in presenza di condizioni effettive verificabili, e qui a Rebibbia di verifiche ce ne sono tante.
Senza verifica reale, senza contraddittorio, senza perizia, quei numeri restano astratti e diventano strumenti decisivi senza esser mai stati davvero accertati, si crea così una frattura evidente tra ciò che viene dichiarato e ciò che viene vissuto e soprattutto tra chi produce il dato e chi subisce le conseguenze di quel dato.
In un quadro segnato da misurazioni divergenti, dati non coerenti e decisioni fondate su scarti minimi, il ruolo del Garante non può arrestarsi alla mera presa d'atto delle criticità. Quando esistono elementi documentali contrastanti, quando l'attività di rilevazione è stata svolta anche direttamente — come nel caso delle misurazioni effettuate con strumentazione tecnica — e quando tali dati incidono sui diritti fondamentali delle persone detenute, si impone un livello ulteriore di responsabilità istituzionale.
Il Garante, proprio in quanto organo preposto alla tutela dei diritti delle persone private della libertà, non è chiamato a mantenere un equilibrio tra posizioni contrapposte, ma a far emergere la verità dei fatti e a garantire che essa sia sottoposta al vaglio delle autorità competenti. In presenza di incongruenze rilevanti e persistenti, egli ha la possibilità — e, sul piano sostanziale, il dovere di tutela — di trasmettere gli atti e gli esiti delle verifiche alla Procura della Repubblica di Roma, affinché siano svolti tutti gli accertamenti necessari.
Ciò non rappresenta un atto di conflitto istituzionale, ma l'esercizio coerente della funzione di garanzia, a maggior ragione quando le verifiche incidono su condizioni detentive potenzialmente non conformi ai parametri costituzionali ed europei. Perché il Garante è per sua natura garante delle persone detenute, non dell'equilibrio del sistema e quando i dati non coincidono, quando la realtà non è chiarita e quando i rigetti si fondano su differenze di pochi centimetri mai pienamente verificate, la tutela non può rimanere incompiuta, anche perché chi è detenuto ha diritto non a una tutela formale, ma a una tutela effettiva.
Su questa vicenda non ci fermeremo, aspetteremo a settembre l'intervento della Garante Comunale Valentina Calderone, dell'Osservatorio carcere dell'Unione Camere penali nazionale e quello della Camera penale di Roma ricordando che il carcere è Stato, è Repubblica e chi esercita una funzione pubblica sa — o deve sapere — ciò che accade al suo interno.
Perché la dignità non si decide su uno scarto di pochi centimetri non verificati, anche perché in questi casi il metro rischia di diventare soltanto uno strumento per non vedere. Per questo il silenzio di … non è neutrale.
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