Diario di cella

L'orologio di Basaglia e il caporalato di Stato a Rebibbia: quando mancano i soldi per pagare la mercede

Diario dello Scrivano di Rebibbia – 7

L'orologio di Basaglia e il caporalato di Stato a Rebibbia: quando mancano i soldi per pagare la mercede

Riceviamo e pubblichiamo nel rispetto delle norme dell'Ordinamento penitenziario.

Nota dell'autore: come richiesto dai lettori, il testo è stato accorciato.

Mentre l'Europa si perde nei corridoi di Bruxelles, impegnata a ridisegnare la propria ipocrisia geopolitica, dalle finestre sbarrate di Rebibbia il panorama mostra una verità molto più cruda.

Pietrangelo Buttafuoco, nella sua rubrica per Sky, ha guardato dentro questo perimetro di cemento. Ha visto in me e in Gianni Alemanno i portatori di una "voce di dentro", capace di superare ogni steccato ideologico e di unirsi in una battaglia trasversale contro la canea dei manettari.

Mi ha descritto come un Conte di Montecristo che non cerca vendetta, ma soccorso per chi è rimasto incastrato negli ingranaggi di una giustizia triturante. In Gianni, invece, ha individuato il possibile Commissario straordinario per l'emergenza carceraria, perché anche lui possiede una "voce di dentro": quella di chi ha condiviso per oltre un anno la realtà racchiusa dietro le alte mura di un penitenziario.

Buttafuoco, con la statura dell'intellettuale autentico, ha lanciato una sfida epocale, paragonando la battaglia per una giustizia giusta alla rivoluzione di Franco Basaglia. Una rivoluzione capace di superare il carcere così come è stato superato il manicomio.

Secondo questa visione, non deve essere abolito il reato, ma ripensato radicalmente il carcere. Questo modello criminogeno non può essere semplicemente riformato.

A sostenerlo è un uomo che ha fatto della cultura italiana una bandiera, guidando una Biennale di Venezia che, per la prima volta nella sua storia, ha spalancato le porte sull'abisso dei reclusi. Un percorso che ha portato persino Papa Francesco all'interno di un padiglione carcerario femminile, per guardare in faccia gli ultimi e accendere un faro su una realtà troppo spesso dimenticata.

Proprio dietro la facciata di questa grande istituzione culturale, tuttavia, si consuma uno dei paradossi più violenti.

Da un lato, l'Amministrazione penitenziaria mette in atto una sorta di caporalato legale. Lo Stato dichiara di non avere i soldi necessari per pagare la già misera "mercede" delle persone detenute che lavorano, avvia licenziamenti interni e riduce le ore lavorative a turni che somigliano a elemosine.

Ti tolgono il lavoro, ti tolgono la dignità e ti riducono al nulla economico proprio all'interno di quelle mura in cui dovresti essere rieducato e preparato al reinserimento nella società.

Personalmente attendo da mesi il pagamento di diverse ore di lavoro straordinario, svolte su richiesta della stessa direzione. Una prima richiesta di sollecito è rimasta senza risposta, forse dispersa nei meandri di Rebibbia. La seconda è stata consegnata personalmente da me, ma ancora oggi non ho ricevuto alcun riscontro.

Questa sarebbe la trasparenza.

A tutto ciò si aggiunge il mancato pagamento di alcune domeniche lavorate, nonostante la domenica rappresenti la giornata più impegnativa per lo Scrivano.

Pensate a quale insegnamento di legalità venga impartito alle persone detenute quando è proprio l'Amministrazione a non rispettare pienamente il lavoro svolto.

Dall'altro lato si muove, invece, la visione controcorrente di Buttafuoco, che attraverso la Biennale promuove percorsi reali e favorisce l'assunzione di persone detenute in una città come Venezia, che ha un disperato bisogno di manodopera.

In questo modo dimostra che il reinserimento sociale non è uno slogan da convegno, ma può tradursi in un vero contratto di lavoro.

Eppure, di fronte a questo progetto di tregua e di riscatto, l'Europa decide di tagliare i finanziamenti destinati alla Biennale. Le battaglie di Pietrangelo mirano a favorire un tavolo di pace e a ricostruire quella geografia dei diritti che l'Occidente sembra avere smarrito.

Ma mentre Bruxelles stringe i cordoni della borsa davanti a una cultura capace di riscattare anche i reclusi, compie un capolavoro di assoluta contraddizione: spalanca le porte delle Olimpiadi e riconosce gli atleti russi, scegliendo di ignorare la geopolitica delle bombe pur di non scontentare sponsor e riflettori.

In questo doppio binario emerge un cinismo sistemico.

Da una parte si lasciano marcire le persone nell'ozio forzato e nella miseria di un lavoro carcerario ridotto a pochi centesimi. Dall'altra si negano i fondi a chi utilizza l'arte e la cultura per rompere le catene.

Hanno paura di questa alleanza nata dal basso, tra la cella di uno scrivano e l'esperienza di un ex sindaco, perché smaschera la demagogia di chi parla di certezza della pena senza preoccuparsi della certezza dei diritti.

La storia, però, insegna che il giustizialismo cieco finisce sempre per imprigionare anche coloro che lo hanno alimentato, soffocando ogni traccia di civiltà.

Io da dentro, insieme a Gianni e Pietrangelo, continuerò a scrivere sulla carta e nella carne, perché ogni detenuto non coincide con il reato che ha commesso.

Ogni detenuto è, prima di tutto, una persona.

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