L'affettività negata, la sicurezza delle dediche, l'affettività delle attese e la pericolosità dei libri
Diario dello Scrivano di Rebibbia – 5

Riceviamo e pubblichiamo secondo le norme dell'Ordinamento Penitenziario.
La scorsa settimana sono stato felice, una felicità vera, di quelle che nemmeno il carcere riesce a cancellare. Mia figlia Denise si è laureata e mia nipote Maria Elvira figlia di mio fratello Giuseppe ha aggiunto un altro tassello alla storia della nostra famiglia con la discussione di un'altra laurea. Dovrebbero essere giorni da vivere insieme, da custodire nella memoria attraverso un abbraccio, una fotografia, una stretta di mano, una lacrima condivisa, invece ancora una volta mi sono ritrovato spettatore della mia stessa vita.
Da marzo attendo una decisione sulla mia ennesima richiesta di permesso premio, nel frattempo è arrivata l'estate, mia figlia si è laureata e la vita ha continuato a correre.
La pratica invece no, evidentemente il tempo degli affetti e quello della burocrazia appartengono a due universi differenti, peccato che una laurea non possa essere rinviata in attesa di un provvedimento amministrativo, peccato che la gioia di una figlia che cerca lo sguardo del padre nel giorno più importante del suo percorso universitario non conosca le esigenze degli uffici. Forse a qualcuno sfugge che l'affettività, quella vera è fatta di presenza, e esserci quando la vita accade, è questo che troppo spesso sfugge quando si parla di carcere.
Il giorno prima della discussione della tesi ho incontrato Denise, poi l'ho rivista qualche giorno dopo nell'area verde, per consentire l'ingresso di quattro adulti ho dovuto chiedere un'autorizzazione speciale che la Direttrice dimostrando sensibilità e buon senso mi ha concesso. Sembrava tutto semplice, poi però è arrivata la sicurezza, quella sicurezza che compare sempre quando si parla di umanità, visto che sono entrate quattro fotografie della laurea, ma non la dedica che mia figlia aveva scritto per me. Un'agente donna ha stabilito che quelle parole d'amore visionate non potessero passare. Ancora oggi mi domando quale fosse il pericolo, le fotografie sì, la dedica no, forse nelle nuove classificazioni penitenziarie l'affetto è diventato materiale sensibile, forse una figlia che scrive al proprio padre rappresenta un rischio operativo, forse una dedica può compromettere la sicurezza nazionale più di tante altre cose che quotidianamente nessuno vede.
La verità è che certe decisioni riescono ad essere così piccole da diventare enormi, dietro quelle parole trattenute all'ingresso non c'era soltanto un foglio di carta, c'era il riconoscimento di un legame, il significato di un sacrificio condiviso, il racconto di una figlia che ha raggiunto un traguardo senza mai smettere di considerare suo padre parte di quel percorso. Fortunatamente esistono cose che nessuno può sequestrare e queste sono le parole che Denise non ha potuto consegnarmi, sono arrivate comunque, le ho lette nei suoi occhi, nei suoi sorrisi, nella sua emozione, nessuno può notificare un rigetto all'amore, nessuno può bloccare i pensieri all'ingresso di un istituto, nessuno può impedire a un padre di sentirsi orgoglioso di sua figlia.
Questa distanza tra i principi proclamati e la realtà quotidiana non riguarda soltanto me. Anni fa presentai una richiesta fondata sui principi affermati dalla Corte Costituzionale in materia di tutela dell'affettività, la richiesta venne rigettata dopo mesi dalla Direzione, presentai come le tante altre persone che attendono reclamo al Magistrato di Sorveglianza, da allora sono passati anni e quella decisione ancora non è arrivata né a me e né ai tanti altri che hanno fatto la stessa impugnazione. A questo punto il dubbio viene spontaneo: l'obbligo di decidere vale per tutti oppure esiste una particolare zona franca nella quale il tempo può fermarsi senza conseguenze? Perché quando un cittadino omette un adempimento lo Stato si mostra particolarmente sensibile. Perché invece è il cittadino ad attendere una risposta, il calendario sembra improvvisamente perdere ogni valore giuridico, forse l'omissione in atti d'ufficio è una materia troppo complessa per essere compresa da chi vive dall'altra parte delle sbarre.
La stessa contraddizione si ritrova nella gestione della cultura, nei convegni si afferma che la lettura e lo studio costituiscono pilastri del trattamento rieducativo. Si organizzano incontri, si scrivono relazioni, si celebrano i benefici della cultura, poi si entra negli istituti e si scopre che in alcuni reparti le biblioteche sono chiuse, esiste perfino una biblioteca centrale alla quale le persone detenute dei bracci non possono accedere direttamente, i libri esistono, ma i lettori devono mantenere le distanze. Una soluzione davvero originale, cioè costruire una biblioteca per proteggerla da chi vorrebbe leggere. È un po' come realizzare una piscina e vietare l'acqua o inaugurare uno stadio e vietare il pallone. Eppure la realtà è molto più semplice di tante circolari, più cultura significa più sicurezza, una persona detenuta che legge è meno pericolosa di una che sprofonda nell'ozio, una persona detenuta che studia costruisce strumenti per il proprio futuro, un persona detenuta che cresce culturalmente restituisce alla società maggiori garanzie di quelle offerte dall'abbandono e dalla rassegnazione. Ma forse i libri hanno un difetto che li rende sospetti visto che aiutano a pensare e in carcere chi pensa comincia anche a fare domande e quelle domande diventano un problema.
Anche il mio amico Gianni Alemanno ha ricordato in questi giorni in un'intervista una vicenda che racconta bene il funzionamento di certe dinamiche, ad esempio ad Antonio venne concesso un permesso di necessità per la nascita del figlio Leandro, ma pochi mesi dopo sempre ad Antonio lo stesso ufficio di sorveglianza di Roma ha negato il permesso per partecipare alla prima comunione dell'altro figlio minore Leonardo. La motivazione spiegava che la comunione costituiva certamente un evento lieto ma non un evento familiare di particolare gravità. Una spiegazione che lascia inevitabilmente qualche interrogativo. Anche la nascita di un figlio è certamente un evento lieto, se nel primo caso lo stesso istituto giuridico è stato considerato applicabile e nel secondo no, il problema non sembra essere la norma ma la sua interpretazione. E alla fine di tutto questo resta soltanto e cioè un bambino che ha celebrato un momento importante della propria vita senza il padre accanto, ma resta Gianni Alemanno che ha dovuto spiegare a Leonardo che il padre non aveva colpe.
Il mio caso su stesso non è straordinario ed è proprio questo il problema, è una storia ordinaria, simile a quella di tante persone detenute che non scrivono articoli, non pubblicano libri e non dispongono di uno spazio per raccontare ciò che vivono. Io ho semplicemente la possibilità di trasformare in parole ciò che molti sono costretti a tenere dentro. Alla fine, tra una dedica fermata all'ingresso, una biblioteca chiusa, una richiesta dimenticata in qualche cassetto dell'ufficio di sorveglianza di Roma e una laurea vissuta a distanza, ho imparato una cosa semplice e cioè quando un'istituzione ha più paura dell'amore che dell'indifferenza e più paura dei libri che dell'ignoranza, il problema non è chi sta dentro il carcere, il problema è chi ha smesso di capire che affetti e cultura non sono un rischio per la sicurezza, ma la sua forma più alta.
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