Il miracolo della giustizia: Jacopo Lena torna a casa grazie a una mobilitazione collettiva
Diario dello Scrivano di Rebibbia – 6

Riceviamo e pubblichiamo secondo le norme dell'Ordinamento Penitenziario.
Se c'è una cosa che impari stando dietro queste sbarre, è che la burocrazia penitenziaria si muove con l'esasperante lentezza di un bradipo in letargo, eppure ogni tanto la realtà cruda e bollente – quella fatta di blatte da evitare sul pavimento e termometri impazziti – riesce a trovare una crepa nel muro di gomma dell'indifferenza. La settimana scorsa Jacopo Lena ha varcato il cancello di Rebibbia, ma miracolo dei miracoli questa volta lo ha fatto per uscire, il Magistrato di Sorveglianza ha concesso la detenzione domiciliare per motivi di salute in via provvisoria, Jacopo è tornato a casa dai suoi cari e soprattutto è tornato a poter curare quel “mostro” della sclerosi multipla che l'amministrazione pretendeva di sconfiggere a colpi di pura e semplice indifferenza.
Ha ripreso in mano i suoi protocolli medici e la sua speranza, sia chiaro questo risultato non è il miracolo di un singolo eroe da copertina, è il frutto di una formidabile vittoria collettiva, una catena umana che ha deciso di fare squadra invece di girarsi dall'altra parte. Il merito va diviso tra i legali di Lena, Padre Lucio, Suor Ancilla, la Garante comunale Valentina Calderone, la dottoressa e il personale infermieristico del reparto G 8 e queste stesse pagine che hanno fatto da megafono al disastro, un ruolo fondamentale lo ha avuto Gianni Alemanno che, con il suo sostegno costante ci dà concretamente lo spazio per scrivere e far arrivare la nostra voce direttamente a chi ha le chiavi del potere visto che legge questi diari.
Ma la vera svolta è che il Presidente del Tribunale di Sorveglianza e il Magistrato di Roma non si sono limitati a timbrare le solite scartoffie d'ufficio, hanno letto e ascoltato il nostro ricorso giurisdizionale, un atto scritto da me e presentato da Jacopo, un testo che ricordava ai burocrati come Jacopo non fosse un numero di matricola da archiviare, ma prima di tutto una persona, un paziente e non per ultimo il primo atleta di bodybuilding riconosciuto dal CONI e Ambasciatore AISM.
Di fronte a questa identità incontestabile, i giudici hanno applicato la parte più nobile della Costituzione, ricordando che il diritto alla salute non scade all'ingresso di un penitenziario e mentre il cancello si apriva, Jacopo mi cercava disperatamente per salutarmi, io però ero nella sala universitaria del carcere e la rigida geografia carceraria ci ha impedito di incrociarci, ma mi ha lasciato un saluto speciale che da solo ripaga di ogni singola riga di inchiostro spesa per lui.
Chissà cosa ne pensa ora quel giovane medico di guardia dell'infermeria centrale, proprio lo “scienziato” che, di fronte a un malato che si trascinava, gli stringeva con forza il braccio sinistro dolorante esibendosi in un repertorio di rara eleganza: «Che vuoi fare Jacopo, mi vuoi tirare una pizza? Magari con la tua mano... non stavi male???».
La giustizia terrena ha un senso dell'umorismo meraviglioso, ovvero restituisce la dignità e la libertà ai giusti e lascia i cinici confinati nella propria meschina arroganza, a farsi i turni di notte d'estate. Ma il mio dovere di Scrivano mi impone di non fare sconti e di rovinare la festa all'ottimismo di facciata, se a Rebibbia si celebra una vita salvata, a pochi chilometri da qui si consuma il solito macello di Stato.
Nel carcere “Mammagialla” di Viterbo, una notte della scorsa settimana la sezione precauzionale è diventata una trappola di fumo per un incendio di materassi, il bilancio del 118 parla di evacuazioni d'urgenza e 23 intossicati tra reclusi e agenti, con un codice rosso all'ospedale Santa Rosa. Nel caos controllato delle fiamme, il 29 enne Abdelkabir Talha – finito nell'inchiesta della pm Veronica Buonocore per una precedente rissa mortale – è stato trovato freddo all'alba, impiccato nella sua cella e mentre lui moriva soffocato dalla disperazione, gli agenti salvavano per un soffio una seconda persona detenuta dallo stesso identico gesto definitivo.
Ed è qui che l'inchiostro deve farsi velenoso con chi sta fuori e si professa cittadino modello, il carcere non è un problema dei carcerati, ma della popolazione libera, è il termometro esatto e spietato della civiltà di un Paese, finché la società civile invocherà la “certezza della pena” solo come sinonimo di vendetta sociale, continuerà a finanziare a proprie spese una discarica di vite umane. La certezza della pena va bene, anzi benissimo sia chiaro, ma ci vuole prima di tutto la certezza del diritto, e di diritti da tanto tempo le persone detenute ne hanno ben pochi.
La differenza come sempre, la fa chi le cose le vive sulla propria pelle e non se le dimentica un minuto dopo aver superato il muro di cinta, per questo va ringraziato Gianni Alemanno che, insieme all'avvocato Edoardo Albertario, è stato ricevuto dal Ministro della Giustizia Carlo Nordio. Bisogna dare atto al Guardasigilli di aver saputo ascoltare chi ha sofferto la detenzione in prima persona, prospettando interventi reali e non le solite promesse da campagna elettorale anche perché dalla sua scarcerazione, a differenza di una marea di statisti della domenica che poi non si vedono più, Alemanno è rimasto sul campo per evitare che la parola “dignità” si riduca all'ennesimo guscio vuoto.
Noi nel nostro piccolo continuiamo a scrivere, tra una vita strappata all'inferno e il corpo freddo di Abdelkabir Talha trovato in un'alba oscura, e non possiamo neanche dimenticare l'ennesima morte della settimana scorsa sempre per un incendio nell'infermeria del carcere sardo a cui la persona detenuta settantaduenne ha perso la vita. La penna dello Scrivano e l'amicizia con Gianni non si fermano e non vanno in ferie.
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