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La sanità che si ferma al carcere

Diario dello Scrivano di Rebibbia n. 11 — Quando la giustizia ci mette la faccia. La sindrome del "malato immaginario" (e lo Stato separato)

La sanità che si ferma al carcere

Quando la giustizia ci mette la faccia. La sindrome del "malato immaginario" (e lo Stato separato).

Riceviamo e pubblichiamo secondo le norme dell'Ordinamento Penitenziario.

A seguito della pubblicazione del Diario n. 9 in cui evidenziavo i ritardi cronici della giustizia di sorveglianza, la Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Roma Dott.ssa Marina Finiti, ha voluto essere presente qui a Rebibbia, la sua a dire il vero, non è una presenza occasionale, la Presidente visita con costanza i vari reparti dell'istituto, compresi quelli in cui la sofferenza delle persone detenute si manifesta con maggiore evidenza.

Ha ascoltato me e Filippo Rigano, mentre per Vincenzo Gallo la buona notizia era già arrivata visto che il suo permesso era stato finalmente sbloccato. Ma il momento più significativo dell'incontro è stato un altro, ho portato all'attenzione della Presidente il caso di una persona detenuta, un uomo che da tempo combatte contro una grave forma di psoriasi che gli sta causando la perdita delle unghie delle mani e dei piedi e che, fino ad allora, non aveva ricevuto un'assistenza sanitaria adeguata. Con una sensibilità e una carica di umanità che meritano di essere riconosciute, la Presidente ha voluto incontrarlo personalmente, osservare con i propri occhi le sue ferite e ascoltare il racconto del suo disagio, grazie al suo immediato interessamento, la macchina sanitaria si è attivata tempestivamente per garantirgli le cure necessarie.

È solo se Molière facesse un giro a Rebibbia oggi, strapperebbe la sua commedia sul malato immaginario e scriverebbe un horror, perché qui dentro, se stai male, la diagnosi del sistema è una sola, preconfezionata e stampata sulla pietra, cioè sta simulando. È il riflesso condizionato di una maledetta mentalità che trasforma ogni grido di aiuto in un tentativo di fregare il sistema.

Prendete Pippo Scuderi, prima di ridursi a pesare cinquanta chili e a doversi nutrire con un tubicino nella pancia per aver ingerito l'acido, era nel reparto G8 e prima dell'acido, si era tagliato le vene. Chiedeva aiuto, un aiuto inascoltato tranne che con una psicologa -bravissima, per carità- che però non era la sua, lei faceva il suo dovere, scriveva, segnalava, passava le carte alla collega di riferimento. E la titolare? Mai vista. Le carte rimanevano sulla scrivania, i nodi si accumulavano nella testa di Pippo, finché la disperazione non ha ingoiato tutto, ma ehi, l'importante è che la burocrazia sia salva, no?

Mi torna in mente Paolo Di Stanislao "Il Presidente", stava malissimo, lo vedevano tutti eppure la diagnosi della "voce di corridoio" istituzionale era sempre la stessa: "Fa finta, vuole uscire". Alla fine è morto, chissà se anche l'autopsia ha concluso che stava simulando il rigor mortis per ottenere un permesso premio.

E che dire del caso di Roberto Canulli, 78 anni malato grave, la cui storia è finita persino in prima serata tv per l'assurdità del trattamento? Lì tocchiamo l'apice della letteratura medica carceraria visto che il 20 marzo 2026 la relazione sanitaria metteva nero su bianco che le sue condizioni erano ormai "scadute"; poi, magicamente, la seconda certificazione, datata 30 aprile 2026, afferma invece che le condizioni generali sarebbero divenute "discrete e stabili" non scrivendo della soppressione delle varie visite mediche mai effettuate fuori. Un'altalena clinica miracolosa, degna di Lourdes, utile solo a far quadrare i conti della compatibilità con la cella.

La verità è che il carcere non è un luogo di espiazione della Repubblica Italiana, è un altro Stato, un micro-Stato con le sei leggi della fisica e della medicina. Nel nostro reparto, in questo preciso momento, c'è una persona di nome Pitic Ioachim-Anton che combatte con una forma di psoriasi volgare grave, psoriasi ungueale con distruzione delle unghie e sospetto di artropatia psoriasica, così aggressiva che la pelle gli sta marcendo e le unghie stanno cadendo e tra un po' gli dovranno amputare le dita.

Ora, la parte divertente -se non ci fosse da piangere- è che il farmaco per salvarlo esiste, c'è nella farmacia di Rebibbia, è lì, c'è pure un piano terapeutico già pronto, fatto in Romania, ma per questa sanità che opera in carcere la Romania deve trovarsi su Marte, o forse in un'altra dimensione temporale. Che fa l'Europa? Che dicono i protocolli internazionali riconosciuti dall'Italia? Niente, perché il confine di Rebibbia è invalicabile anche per la scienza, il farmaco c'è, ma non può essere somministrato perché il timbro è straniero. Nel frattempo, la carne va in cancrena, a tutto questo si aggiunge il collasso quotidiano delle scorte e dei trasporti, non è una novità se a Rebibbia saltano regolarmente i servizi di accompagnamento protetto, le visite esterne e i trasferimenti sanitari, persino quando si tratta di procedure salva vita programmate.

Al Presidente del Tribunale di sorveglianza va il mio più sincero e profondo ringraziamento per come ha saputo ascoltare e verificare, in un sistema che troppo spesso rischia di rimanere intrappolato tra procedure, adempimenti e scartoffie, la Dott.ssa Finiti ha dimostrato cosa significhi esercitare la giurisdizione con coraggio, responsabilità e umanità. Ha scelto di mettere la faccia, di scendere tra le sofferenze e i problemi concreti delle persone detenute, mostrando una capacità di ascolto e una vicinanza che fanno onore alla toga che indossa e che restituiscono credibilità e dignità alle istituzioni.

Salvis Iuribus.

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