Un carcere dei doveri e i diritti in formato ridotto
Diario dello Scrivano di Rebibbia – 4

Riceviamo e pubblichiamo secondo le norme dell'Ordinamento Penitenziario.
Prima di iniziare una precisazione, questo Diario di Cella non è un'accusa contro nessuno, è il racconto di fatti, episodi e domande che meritano trasparenza visto che il carcere è amministrato con soldi pubblici e dovrebbe essere il luogo dove la legalità non solo si pretende, ma si pratica fino in fondo. Perché se lo Stato entra in una cella per verificare il rispetto delle regole, allora le stesse regole dovrebbero essere verificate anche quando riguardano i diritti delle persone detenute.
A Rebibbia l'estate è arrivata in anticipo, l'aria invece pare abbia ottenuto un permesso premio. Il sole martella le mura alte del carcere e dentro le celle si scopre che la pena accessoria non prevista dalla sentenza è il clima tropicale che quest'anno ha fatto registrare un 3% in più di morti nella società libera a causa di tutto ciò. Ci sono giorni in cui persino le mura sembrano chiedere il trasferimento, ma il caldo non è l'unica cosa che tortura.
Qui il rispetto delle regole è sacro, talmente sacro che Alessandro un ragazzo afflitto da lancinanti dolori alle anche viene sanzionato per aver accumulato farmaci, la regola è stata violata e nessuno lo nega. Resta però una domanda: è più grave accumulare farmaci o lasciare una persona nel dolore e nell'attesa di una visita? La beffa è stata che il giorno dopo il sequestro dei farmaci, ha effettuato la visita medica tanto desiderata.
Poi c'è la curiosa teoria della responsabilità collettiva e qui entrano in scena Gabriele, Roberto, Nicolò, Francesco Pio e Andrea visto che se in una cella viene rinvenuto un telefonino e uno dei presenti dichiara che è suo, la logica vorrebbe che rispondesse lui, invece spesso il rapporto disciplinare coinvolge tutti come accaduto a questi ragazzi. La Costituzione parla di responsabilità personale, ma in carcere la Costituzione non vale, sembra preferire la formula del condominio.
Anche le cucine regalano soddisfazioni, c'è la storia di Massimiliano che perde il lavoro per un presunto accumulo di derrate alimentari, poi si scopre che gli accumuli esistono da anni, ma non nella cella di Massimiliano ma in cucina e in un pseudo locale impolverato attiguo alla cucina, che ci sono anche alimenti conservati per i vitti speciali e che la catena del freddo sembra essere un argomento più apprezzato durante i corsi HACCP che nella vita reale.
La parte più affascinante della vicenda è però il mistero del congelatore fantasma, non quello della cucina, troppo facile, ma uno collocato in locali separati, dove sarebbero custoditi carne, pesce, verdure e altri prodotti alimentari, nei locali sono presenti anche detersivi, scarpe e altro. Una presenza talmente discreta che, secondo quanto riferito, non sarebbe stata rilevata neppure durante l'ultima perquisizione della Guardia di Finanza.
Massimiliano viene individuato in pochi minuti e perde il posto di lavoro per aver osservato gli ordini impartiti dalle varie guardie. Il congelatore invece, continua a vivere avvolto dal mistero, evidentemente in carcere è più facile trovare un colpevole che un frigorifero.
Passiamo al vitto, che meriterebbe un prestigiatore professionista, le tabelle ministeriali parlano di oltre 400 grammi di frutta fresca e di stagione al giorno, ma a Rebibbia arrivano spesso arance così piccole che per raggiungere il peso previsto bisognerebbe distribuirne almeno due, invece ne arriva una sola, moltiplichiamo quell'arancia mancante per circa 1.700 persone detenute e per due distribuzioni settimanali, il risultato è sorprendente: ogni settimana evaporano migliaia di arance e centinaia di chilogrammi di frutta che dovrebbe essere fresca e di stagione. Un fenomeno che sfida le leggi della fisica prima ancora di quelle dell'amministrazione.
La domenica entra invece in scena la matematica creativa visto che in diversi carceri tra cui Siano, Cosenza o Rossano/Corigliano vengono distribuiti due succhi di frutta da 200 ml e due crostatine settimanali a persona. A Rebibbia per svariati anni, un succo e una crostatina, esattamente la metà, che tradotto in numeri significa che ogni domenica spariscono circa 1.700 succhi e circa 1.700 merendine, forse finiscono nello stesso posto delle arance mancanti. E poi ci sono i prodotti previsti nelle tabelle ministeriali che sembrano appartenere al regno delle leggende: il panetto di burro, il litro d'acqua minerale a pasto, per non parlare delle alternative di biscotti confezionati monoporzione da 80 gr, di miele, della pizza, dello yogurt o delle due volte a settimana del dolce monoporzione. Non parliamo delle salsicce lillipuziane o del melone che pesa più la buccia che la polpa o della verdura che non arriva alle 300 gr. a testa o del pollo che dovrebbe pesare 250 gr. a porzione ma che è, se va bene una piccolissima coscetta dal peso di pochi grammi, per non parlare delle salsicce lillipuziane, che come sempre mandano in scena il festival della miseria, una sola salsiccia a persona, talmente minuscola da sembrare un assaggio da supermercato. Se questa roba che dovrebbe rispettare i 150 gr. di carne previsti dal Ministero dopo la cottura, allora stiamo parlando di maiali geneticamente modificati.
Tutte le specifiche tecniche integrative del capitolato di appalto relative all'erogazione del servizio esistono solo sulla carta, ma nel piatto del povero carcerato c'è molto meno. Il burro è ormai una creatura mitologica, l'acqua minerale a pasto gratuita una leggenda tramandata oralmente. Le alternative come miele, pizza, yogurt, biscotti o dolcini 2 volte a settimana sono una sorta di un mancato avvistamento da annotare negli annali dell'istituto. Con la nuova ditta la qualità di alcuni prodotti sembra migliorata, le quantità però continuano a suscitare interrogativi. Basti pensare cosa dice il Ministero della salute in piena estate, quando la frutta dovrebbe rappresentare una delle principali fonti di idratazione, ma il carcere non lo pensa proprio come il Ministero della salute.
Poi c'è il capitolo telefonate, che dovrebbe essere studiato nelle facoltà di economia, nel carcere di Rossano/Corigliano dieci minuti di chiamata costano circa 1,40 euro, a Rebibbia circa 20 centesimi, eppure siamo nello stesso Stato, stesso Ministero, stesso Paese, evidentemente l'amore di una moglie, la voce di un figlio o il saluto di una madre viaggiano a tariffe diverse a seconda della latitudine.
Stessa magia si ripete con le bombolette di gas, nel carcere di Rossano/Corigliano costano l'una euro 1,92, a Rebibbia euro 2,08, soltanto 16 centesimi di differenza dirà qualcuno, certo, ma moltiplicati per circa mille bombolette al giorno fanno numeri che meritano almeno una domanda, il gas sarà pure uguale, ma evidentemente la geografia penitenziaria riesce a modificare il prezzo.
Forse il vero paradosso è tutto qui, in carcere si pesa tutto: gli errori, le mancanze, le infrazioni, i comportamenti. Sarebbe bello che qualcuno pesasse anche le arance, contasse i meloni, verificasse le crostatine, aprisse i congelatori fantasma e confrontasse i prezzi delle telefonate e delle bombolette solo per citarne alcune, perché la legalità non dovrebbe fermarsi davanti alla porta della cella, dovrebbe entrare nelle cucine, negli spacci, nei magazzini e perfino nei congelatori che nessuno vede e soprattutto dovrebbe ricordare che i diritti non sono un premio per buona condotta, sono la parte della pena che lo Stato non può permettersi di dimenticare.
Ah dimenticavo, queste parole scritte non possono essere scritte, di sicuro s'inventeranno l'impossibile per bloccarmi come è stato fatto più volte, ma l'insegnamento del mio amico Gianni Alemanno mi dice di andare avanti con quella vera verità che ci distingue e che non può essere smentita.
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