
Riceviamo e pubblichiamo secondo le norme dell'Ordinamento Penitenziario.
A Rebibbia l'orizzonte non esiste, le finestre sono tagliate in alto sopra la testa, mostrano soltanto una striscia di cielo sbarrato e soprattutto impediscono all'aria di circolare. Il vento non entra, l'aria ristagna sotto il soffitto e la cella si trasforma in una camera di accumulo del calore. Nella stanza gira un vecchio ventilatore, fa rumore, gira per tutta la notte ma non raffredda nulla, muove semplicemente la stessa aria calda da una parte all'altra della cella, il materasso si impregna di sudore stessa cosa per il cuscino, le lenzuola si incollano al corpo.
Si prova a dormire, ci si gira da una parte, poi dall'altra, ci si alza, ci si siede sul letto, ci si avvicina alla finestra, si torna sul materasso ma il caldo resta. Passano le ore e il sonno non arriva a un certo punto lo sguardo cade sul pavimento, il cemento sembra promettere qualche grado in meno rispetto al letto arroventato, verrebbe da sdraiarsi lì, ma anche questa scelta ha un prezzo. Con il caldo dalle tubature e dagli anfratti dei muri escono le blatte, attraversano la cella durante la notte. Dormire a terra significa convivere con la possibilità di ritrovarsele addosso, eppure molti lo fanno lo stesso, perché tra il letto che brucia e il pavimento infestato, il pavimento diventa il male minore. Le zanzare fanno il resto, quando finalmente il corpo stremato sembra cedere al sonno, il loro ronzio vicino alle orecchie riporta immediatamente alla realtà, una puntura costringe a riaprire gli occhi, una mano si muove nel buio per scacciarle, poi arriva un'altra puntura, poi un'altra ancora. La notte si spezza in decine di frammenti, non si dorme, si sopravvive fino all'alba. Le celle restano chiuse, le docce restano chiuse, l'aria resta immobile, il tempo non passa.
Quando l'agente di Polizia Penitenziaria effettua il giro notturno e illumina le celle con la torcia, vede questi corpi distesi sul pavimento, vede uomini ammassati sul cemento per terra, nel disperato tentativo di strappare un attimo di refrigerio, vede un fatto nudo, crudo e sistematico.
Questa non è la descrizione di un evento eccezionale, è la descrizione di una normalità estiva, una normalità che si ripete notte dopo notte e ciò che dall'esterno può apparire come un semplice disagio stagionale, in realtà produce conseguenze sanitarie precise. La ricerca scientifica dimostra che le elevate temperature notturne compromettono la qualità del sonno, aumentano i risvegli, riducono il recupero fisico e mentale e favoriscono condizioni di stress cronico. La privazione continuativa del sonno è associata a un incremento del rischio di ipertensione, malattie cardiovascolari, depressione, ansia e deterioramento cognitivo. Dormire poco e male rappresenta un concreto fattore di rischio per la salute.
Fabio Falbo – Lo Scrivano di Rebibbia
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