Save the date14 novembre 2026 · ore 17:30 · Corigliano Rossano
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Diario di Cella 17

Un campo senza giocatori

Lettera aperta al Ministro Abodi dopo la visita a Rebibbia

Un campo senza giocatori

Questo diario di cella è dedicato ad una lettera aperta al Ministro Andrea Abodi dopo la visita a Rebibbia N.C. per far notare la cura dello Stato e la cecità dell’istituzione totale.

Riceviamo e pubblichiamo secondo le norme dell’Ordinamento Penitenziario.

Signor Ministro, il compito di chi scrive da un luogo di privazione della libertà è quello di raccontare la verità, per proteggere il senso profondo delle istituzioni che Lei rappresenta, per questo Le scrivo, con la memoria che torna a Natale scorso, quando ci siamo incontrati proprio in quella stessa sala “Meta” del reparto G8, insieme a Gianni Alemanno. Già in quell’occasione avevo avvertito il bisogno di ringraziarla per la Sua presenza autentica, per quel Suo voler portare un pezzo di Stato tra di noi, proprio per questo la giornata a Rebibbia lascia un sapore amaro. Le scrivo non per incalzarla, ma per aver cura di Lei, perché chi non vive quotidianamente queste istituzioni totali rischia di essere avvolto e “ingannato” da una scenografia preparata ad arte. Signor Ministro, sa cosa è successo mentre Lei camminava nei corridoi del piano terra, puliti a specchio per l’occasione, osservando la pizzeria del G 8, mostrato come un’isola felice che non esiste? Noi persone detenute potevamo solo andare all’area esterna, mentre gli altri tra cui io eravamo blindati dal cancello centrale per non accedere alla sala “Meta” del G8, proprio quella sala dove si celebrava l’investimento dello Stato per il nostro futuro, non c’era una sola persona detenuta, nessuna delegazione, nessun volto. Le istituzioni parlavano alle istituzioni e ai giornalisti, la burocrazia carceraria aveva deciso di blindare anche quella sala, anche perché in carcere si blinda tutto non solo le persone, questa è stata la dura realtà, cioè la separazione dagli uomini a cui quel progetto era destinato. Ed è questa l’anomalia profonda che nessuna testata giornalistica ha saputo “vedere da dentro”, visto che si mostra la “gabbia” rinnovata, ma si nascondono le persone. Molti di noi attendevano questa giornata con il sincero desiderio civico di poterLa rincontrare e di ringraziare Lei e tutti i partner che hanno creduto in questa opera sociale e legale, avremmo voluto farlo in silenzio, rispettando le regole rigide del carcere, dove l’ascolto è spesso l’unica via concessa, invece l’istituzione totale ci ha trattati come elementi di un “circo” da nascondere durante il passaggio delle autorità. Eppure, la genesi stessa di queste opere dimostra che il carcere non è un corpo morto, questo campo come la palestra e così come il campo da tennis già esistente, non è nato dalla burocrazia o meglio dai “piani alti”, è il frutto di idee partite dal basso, da semplici missive scritte da noi persone detenute e indirizzate a realtà come quella al Presidente Angelo Binaghi della Federazione Italiana Tennis e Padel. Le nostre idee producono frutti reali per l’Amministrazione, ma la nostra presenza fisica viene considerata un disturbo da celare. Signor Ministro, Le pongo queste domande e Le offro questa riflessione con profonda empatia, proprio perché sappiamo che chi sta “ai piani alti” vede solo la coreografia che gli viene preparata, in carcere lo sport non è intrattenimento per ospiti di passaggio; è parte integrante del nostro percorso trattamentale, e la fiducia comincia guardandoci negli occhi, come avevamo fatto a Natale. Mi auguro che questa lettera Le permetta di squarciare quel velo di finzione preparato ad arte da chi... La prossima partita sul nuovo campo o nella palestra che nascerà non sia solo un evento da fotografare tra addetti ai lavori, ma l’inizio di un dialogo reale tra lo Stato e i suoi cittadini, anche quelli temporaneamente privati della libertà, perché un campo senza giocatori o una palestra senza atleti non sono un traguardo, ma solo un pezzo di cemento recintato.

Con rispetto, empatia e speranza costituzionale. Fabio Falbo

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