Save the date14 novembre 2026 · ore 17:30 · Corigliano Rossano
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Diario di Cella 15

Piove a Rebibbia, crollano i soffitti

Chi vigila sui vigilanti?

Piove a Rebibbia, crollano i soffitti

Riceviamo e pubblichiamo secondo le norme dell’Ordinamento Penitenziario.

Miei cari lettori le prime piogge a Rebibbia si sono viste e come se si sono viste, nella sala rilascio colloqui avvocati sembrava di essere a Piazza San Marco a Venezia invasa d’acqua con i poveri legali, il personale e le persone detenute a schivare l’acqua e i calcinacci che cadevano dal tetto. Ci sono giorni in cui viene da pensare che in carcere la realtà abbia sviluppato un particolare senso dell’umorismo, un umorismo nero s’intende, ma pur sempre umorismo. Da una parte ci si chiede di essere responsabili, di segnalare le criticità, di segnalare un pericolo che non è una pretesa ma un dovere morale prima ancora che giuridico visto che chi vede un rischio che può compromettere l’incolumità delle persone e sceglie di ignorarlo diventa parte del problema. Chi lo segnala alle istituzioni competenti cerca invece di evitare che il problema si trasformi in tragedia affinché la vita dell’istituto sia più sicura e più umana. Dall’altra, quando qualcuno segnala un pericolo concreto, il rischio è che la segnalazione venga letta come un problema più grave del pericolo stesso, eppure la domanda resta semplice: chi vigila sui vigilanti? Non è una provocazione, è una riflessione che riguarda tutti, avvocati che rischiano a colloquiare, persone detenute, agenti di polizia penitenziaria, educatori, volontari, magistrati, operatori sanitari e perfino i familiari che attraversano ogni settimana i cancelli di un istituto penitenziario. Chiunque frequenti abitualmente Rebibbia Nuovo Complesso conosce una realtà che non ha bisogno di particolare fantasia per essere descritta, basta alzare gli occhi verso alcuni soffitti nei giorni di pioggia. Le prime precipitazioni autunnali infatti, riportano sempre alla luce un problema che non dovrebbe esistere in un luogo dello Stato: infiltrazioni, intonaci che si staccano, calcinacci che cadono e, in alcuni casi perfino parti strutturali delle cosiddette “pignatte”, elementi edilizi inglobati nei solai in laterocemento. Non parliamo di questioni teoriche, parliamo di materiale che cade dall’alto e quando qualcosa cade dall’alto, solitamente non si chiede prima se sotto ci sia un avvocato in colloquio, una persona detenuta, un agente di servizio, un volontario, un medico o un educatore. Colpisce e basta, per questo motivo stupisce che, troppo spesso si intervenga soltanto dopo che il problema è diventato emergenza, ma nel diritto penale esiste una norma ben conosciuta da tutti gli operatori della giustizia: l’articolo 40, comma 2, del codice penale: “Non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo”. È una disposizione che nei Tribunali viene citata frequentemente, meno frequentemente forse, viene rapportata alle condizioni materiali degli istituti di pena, eppure il principio è semplice, la prevenzione costa meno dell’emergenza, la manutenzione costa meno della tragedia, l’attenzione costa meno dell’inchiesta. Il problema non è trovare i soldi, visto che i soldi esistono e sono tanti (3,4 miliardi di euro). Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria dispone di queste risorse importanti e il costo annuale sostenuto dallo Stato per il sistema penitenziario è tutt’altro che irrilevante. La vera domanda è un’altra, perché attendere che accada qualcosa? Perché aspettare il giorno in cui una relazione tecnica dovrà spiegare ciò che una semplice visita avrebbe potuto evitare? A volte si ha l’impressione che in Italia esista una particolare fiducia nella sorte, finché il soffitto regge, tutto va bene, se poi il soffitto crolla, si aprono commissioni, relazioni, accertamenti e tavoli tecnici. Forse sarebbe più conveniente fare il percorso inverso, prima il sopralluogo, prima il controllo, prima la manutenzione e poi eventualmente i comunicati stampa. Chi scrive non difende soltanto la propria condizione, sarebbe troppo semplice. Quando cade un pezzo di soffitto non distingue tra uniforme e abiti civili, non distingue tra persona detenuta e magistrato, non distingue tra chi sconta una pena e chi esercita una funzione pubblica. Per questo motivo la sicurezza degli istituti penitenziari dovrebbe essere considerata un interesse comune e non una rivendicazione di categoria, anche perché un carcere sicuro non tutela soltanto gli avvocati, le persone detenute, gli agenti, gli operatori, i volontari, ma tutela le istituzioni stesse. Forse il vero significato della vigilanza non consiste nell’intervenire dopo una sciagura, ma nel fare in modo che la sciagura non accada mai, perché la legalità non dovrebbe essere soltanto l’oggetto del lavoro svolto all’interno del carcere, dovrebbe essere anche lo stato di salute dell’edificio che quel lavoro ospita e allora la domanda iniziale resta lì, sospesa come una goccia che filtra da un soffitto durante un temporale: chi vigila sui vigilanti? Speriamo che la risposta arrivi prima del prossimo crollo. Ah dimenticavo da oggi pregheremo in cella perché anche il controsoffitto della chiesa del reparto G 8 è cascato e per fortuna senza persone in chiesa.

Fabio Falbo - Lo scrivano di Rebibbia.

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