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Il “colletto bianco” e lo scrivano svelano l’inferno del carcere

Il “colletto bianco” e lo scrivano svelano l’inferno del carcere

di Gianpaolo Catanzariti — Il Dubbio, 8 luglio 2025

Da alcuni mesi sul muro del silenzio, calato sulle disumane condizioni di vita dei detenuti e che impedisce la fuoriuscita di una qualsivoglia voce in grado di raggiungere un pezzo di opinione pubblica distratta e senza più passione civile, si è, finalmente, aperta qualche crepa. Grazie alla infaticabile opera di due detenuti del carcere di Rebibbia, Fabio Falbo e Gianni Alemanno. Il primo, il classico detenuto ignoto, figlio sfortunato di una terra bistrattata e violentata da forme di potere criminale, ma anche istituzionale e non solo politico, la Calabria, laureatosi in legge in carcere dove sta scontando una lunga pena.

Un detenuto che ha intrapreso, nonostante tutto e tutti, un percorso di rinascita, laureandosi in legge in carcere e svolgendo una banale e pur vitale attività di “scrivano”, un riferimento, un faro di speranza per i detenuti di Rebibbia. In grado di dare voce e soprattutto parola scritta alla rivendicazione dei diritti negati, alle denunce di palesi violazioni, alle lamentele attraverso la compilazione delle cd “domandine”, di istanze e ricorsi in nome dei principi costituzionali calpestati proprio dallo Stato.

L’altro, il detenuto noto, troppo noto. Il “colletto bianco”, per usare un termine caro agli arrabbiati con la schiuma alle labbra. Uno che è stato parlamentare, ministro, sindaco di Roma, leader della destra sociale, finito in cella per avere violato le prescrizioni della misura alternativa per un reato dai confini incerti, il traffico di influenze illecite, approvato anche con i voti dell’allora suo partito, il PDL.

Falbo e Alemanno si sono fatti carico di portare all’esterno il grido di dolore dei detenuti ignoti, sollecitando le istituzioni, scrivendo al Ministro Nordio, al Presidente della Repubblica, ai Presidenti di Camere e Senato, al Garante nazionale, a chiunque meriti di essere sollecitato ad affrontare l’inferno delle prigioni, con immediate misure di sfoltimento delle presenze detentive, a partire dalla proposta Giachetti sulla liberazione speciale anticipata.

E lo hanno fatto senza interesse diretto perché eventuali misure deflattive difficilmente potranno favorire, in concreto, Falbo, in ragione della lunghezza della pena inflitta, o Alemanno, in ragione della brevità della pena residua. Sono riusciti a far parlare, oltre le solite e pur poche voci, diversi Tg, costretti a dare notizia di questa sfrontata campagna di sensibilizzazione che scuote dal torpore estivo parte dell’opinione pubblica e la politica sempre più svogliata e paga della sua scarsa rilevanza.

A qualcuno, però, questo attivismo del duo Falbo-Alemanno non piace. Non piace all’amministrazione penitenziaria se è vero, come denunciato negli oramai noti “Diario di cella” pubblicato da Alemanno, che ai due, considerati “detenuti mediatici”, viene impedito di partecipare ad eventuali iniziative culturali e artistiche in carcere, fuori dal Braccio o di essere, previe autorizzazioni, intervistati da testate che ne hanno fatto richiesta.

Addirittura, il DAP avrebbe negato la possibilità al Partito Radicale di tenere in carcere una riunione della sua direzione con la partecipazione di rappresentanti della polizia penitenziaria, Gianni Alemanno e Fabio Falbo, direzione di cui quest’ultimo fa parte per esserne stato eletto all’ultimo congresso del Partito nel gennaio di quest’anno proprio a Rebibbia. Una riunione registrata e resa pubblica tramite Radio Radicale, che, però, per quanto si legge in un comunicato radicale, “avrebbe avuto impatto sul trattamento dei detenuti”. Impatto, aggiungo io, di certo positivo e rieducativo, ma in contrasto con la politica penitenziaria oggi praticata, in barba all’art. 27 della Costituzione.

Non piace agli odiatori e leoni da tastiera che, pur di impedire ai due di scrivere e bucare il muro del silenzio imposto alle carceri, manifestano la loro disumanità e cattiveria, con le solite frasi costruite sulle viscere collettive ovvero “ben gli sta ad Alemanno, cosa ha mai fatto per i detenuti?”, “solo ora che è finito in galera si batte per le condizioni dei carcerati” e via discorrendo, come se il detenuto, per il solo reato addebitatogli, debba essere privato della dignità o del diritto di manifestare il proprio pensiero.

Ben venga allora la loro martellante iniziativa nel solco di una spiccata sensibilità verso il dramma nelle carceri che ha contrassegnato i percorsi, seppur diversi, dei due detenuti. Falbo, scrivano- giurista al servizio dei tanti disgraziati, costretti a vivere nelle infuocate e sovraffollate celle di Rebibbia. Alemanno, coerente politico della destra sociale - a me tanto distante per formazione familiare e convincimenti politici, ma altrettanto vicino, oggi, per come si batte, in catene, nel raccontare dal di dentro le vergognose condizioni carcerarie, costellate, giorno dopo giorno nell’indifferenza generale, da suicidi e morti di Stato - che già in passato aveva rotto, assieme all’attuale sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, il magistrato Alfredo Mantovano e Francesco Storace, il blocco dell’allora AN contrario alla concessione dell’indulto, l’ultimo voluto in maniera condivisa da Prodi e Berlusconi.

Era il giugno del 2006, quando, in occasione di una accesa direzione di partito, Alemanno dichiarava “a mio avviso un intervento di clemenza va fatto. L’importante è che ciò avvenga nel minor tempo possibile. Le mie motivazioni? Sicuramente il sovraffollamento delle carceri e le cattive condizioni dei detenuti”. E ancor prima (26/12/2002), dopo aver visitato il carcere di Rebibbia “a tale proposito non posso non associarmi al rinnovato appello della Chiesa cattolica per dare una prospettiva di speranza a chi vive oggi in condizioni spesso al di sotto di ogni livello di umanità e di civiltà”. Ieri come oggi, non possiamo accettare che le grida dei detenuti cadano nel vuoto o vengano silenziate. Facciamoci megafono del loro disagio per favorire il superamento dell’attuale condizione di illegalità costituzionale.

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