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La notte (in)visibile dei ricercatori

Se la “Terza Missione” dimentica i veri protagonisti

La notte (in)visibile dei ricercatori

Di Fabio Falbo “Lo Scrivano di Rebibbia”

Ci sono giornate in cui la burocrazia accademica riesce a compiere miracoli di alta acrobazia concettuale, prendete l’evento nazionale organizzato dalla CNUPP (Conferenza Nazionale dei Poli Universitari Penitenziari) per la European Researchers’ Night 2026. Un’iniziativa lodevole, sia chiaro: atenei collegati da Nord a Sud, rettori, professori e vertici del DAP tutti uniti sotto il nobile striscione del “Prendersi cura attraverso la conoscenza”. Bellissimo e da applausi.

Peccato che, a forza di guardare le stelle della teoria si finisca per inciampare sui sassi della realtà, se l’obiettivo dichiarato di queste giornate è proprio quello di capire se e cosa c’è da migliorare nel sistema, il metodo scelto la settimana scorsa ha mostrato una distorsione evidente.

La prima grande acrobazia è racchiusa in una parolina magica che nei corridoi universitari va fortissimo: Terza Missione. Ma per le università presenti funziona così se abbiamo ben compreso: la Prima è la didattica per gli studenti liberi. La Seconda è la ricerca. La Terza a quanto pare siamo noi.

Ora, se l’università ripete come un mantra che lo studente detenuto è parificato a quello che studia fuori, perché la nostra iscrizione, i nostri esami e le nostre fatiche devono essere catalogati come un’attività extra, una sorta di “opera di bene” o di volontariato sociale dell’ateneo?

La vera Terza Missione – lasciatemelo dire da studente che una laurea magistrale in Giurisprudenza se l’è sudata capitolo dopo capitolo – è un’altra cosa, ad esempio la Terza Missione è quando prendi le competenze che l’università ti ha dato e le metti a disposizione della comunità, ad esempio aiutando i compagni di detenzione a comprendere i propri diritti o a compilare un’istanza, questa è conoscenza che si fa cura.

Il percorso di studi in sé invece è un diritto costituzionale da Prima Missione, se poi c’è qualcuno che non spiega questo punto di fondamentale importanza, la cura rimane non cura, ed ancora cari professori, la parità rimarrà un solo e bellissimo effetto ottico e le distorsioni ottiche in questa Notte speciale, si sono viste chiaramente nella gestione della parola.

Ci è stato detto che siamo uguali agli studenti di fuori, però a parte qualche eccezione in poli universitari dove ad alcune persone detenute è stato concesso un piccolo spazio, la scaletta degli interventi ha seguito una gerarchia blindata. Il microfono è stato riservato quasi esclusivamente ai direttori, agli educatori, ai vari professori, a un Magnifico Rettore; oltre ovviamente al presidente della CNUPP e ai vertici del DAP.

In breve, una giornata nata per le persone ristrette si è trasformata nell’ennesimo palcoscenico in cui le istituzioni hanno parlato tra di loro guardandosi allo specchio, in una surreale geografia dei diritti, ci sono stati poli in cui agli studenti ristretti non è stata data nemmeno la parola – trasformati in spettatori passivi di una festa teoricamente loro – e altri poli illuminati in cui le università hanno dovuto chiedere l’autorizzazione alla Magistratura di Sorveglianza per permettere la partecipazione alle aule universitarie esterne.

Qui il cortocircuito si fa quasi comico se non fosse tragico, mentre si celebra il valore del sapere in carcere, ci sono magistrati di sorveglianza che quel valore non lo riconoscono affatto, nel mio caso personale, un rigetto recitava testualmente che anni di studio, laurea, pubblicazioni di libri e laboratori teatrali e filosofici erano stati portati avanti per “motivi personali ed edonistici”. Avete letto bene: edonistici. Come se passare le notti sui libri in una cella fosse l’equivalente di un weekend di massaggi in una SPA o di un aperitivo a bordo piscina, se studiare in carcere è “edonismo”, allora la ricerca della conoscenza è diventata il nuovo sport estremo del benessere.

Data: 28.09.2026 — Firma: Fabio Falbo

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