Diario di Cella 59
In ricordo di Carlin Petrini, il "Sapiente della terra" amico di Re e di Papi, snobbato solo dalla Direzione del Carcere di Rebibbia. Ma "L'orto di Carlin" sarà realizzato, nonostante una burocrazia che cerca d'uccidere ogni progetto.

Riceviamo da Gianni Alemanno e pubblichiamo nel rispetto delle norme dell'Ordinamento.
Rebibbia, 24 maggio 2026 – 506° giorno di carcere.
Siamo dovuti risalire a più di un anno fa per ritrovare quell'incredibile corrispondenza che, per l'ultima volta, ci ha legato a Carlin Petrini, il Presidente mondiale di Slow Food e "Sapiente della terra", che ci ha lasciato qualche giorno fa.
Appena entrato in carcere, Gianni si era posto il problema di come utilizzare qualcosa della sua esperienza politica e istituzionale per migliorare la condizione delle persone detenute. In mezzo al fiume di materiali che Fabio gli proponeva, saltò fuori un suo articolo del 2018 che parlava dell'idea di aprire un orto comunitario a Rebibbia.
Nacque così l'idea di tentare di coinvolgere Carlin Petrini e Slow Food nella realizzazione di un Orto comunitario all'interno del carcere. Quando Gianni era Ministro dell'Agricoltura si era creata una bella alleanza trasversale, diventata anche un'amicizia vera, per difendere l'Agroalimentare italiano dagli attacchi delle multinazionali del cibo industriale e degli OGM applicati all'alimentazione. Questa alleanza aveva coinvolto, oltre a Slow Food, la Coldiretti, Lega Ambiente, partiti di destra e di sinistra, riuscendo così a vincere quella fondamentale battaglia contro gli interessi delle multinazionali e le pressioni del Governo degli Stati Uniti. Anche Fabio, durante la sua lunga carcerazione, aveva avuto dei contatto con Carlin Petrini attraverso dei comuni amici.
Gli orti urbani e comunitari erano e sono una delle battaglie più avanzate di Slow Food per permettere a tutte le persone – agli abitanti delle grandi metropoli, come alle persone detenute nelle carceri – di riappropriarsi del processo di produzione del cibo che mangiano, cominciando dalla coltivazione negli orti. Non si tratta solo di sviluppare pratiche comunitarie, di lavoro comune, di percepire il significato profondo del bene comune. Si tratta di riconnettere le persone e le comunità al significato profondo del cibo e dell'alimentazione, scavalcando tutte le intermediazioni di sfruttamento e mercificazione di questo valore, che vengono dalle coltivazioni intensive, dalle grandi multinazionali del cibo, dalla distribuzione organizzata. In tutti questi processi si perdono patrimoni immensi di gusto alimentare, di percezioni spirituali e identitarie, di biodiversità e di rispetto per l'ambiente, il paesaggio e la natura.
Queste opportunità non possono essere negate all'interno della vita carceraria, per l'enorme valore di rieducazione e di ripresa del gusto del lavoro e della vita che possono produrre nel cuore delle persone detenute. Il grande nemico che si nasconde nelle nostre celle è l'ozio e l'alienazione, è perdere la percezione della natura e dell'universo, dietro a sbarre e muri che chiudono ristretti orizzonti.
Per questo abbiamo scritto a Petrini, sfidando le perplessità di chi ci diceva che dopo tanti anni, dopo tanto successo raccolto in giro per il mondo, non ci avrebbe neppure risposto. E invece, dopo appena qualche giorno di ritardo, è arrivata la risposta di Carlin, semplice, calda e lucida come sempre:
"Caro Gianni, ho ricevuto la tua lettera e voglio ringraziarti per quanto scritto, soprattutto perché ciò dimostra che stai bene e che stai affrontando tutto nel migliore dei modi. Temo di aver ricevuto il tuo scritto con qualche giorno di ritardo rispetto alla data di invio (Carlin stava in ospedale NdR), mi perdonerai per le tempistiche di risposta un po' "slow". Tengo a comunicarti che il tuo messaggio non è passato inosservato e, dopo aver parlato con i miei collaboratori di Slow Food Italia, sono a confermarti la piena disponibilità della nostra associazione a ragionare insieme sulla realizzazione di un orto a Rebibbia. Progetti come questo hanno un'importanza enorme, lo dico per esperienza. Recentemente sono stato in visita al carcere di Saluzzo, dove anni fa è partito un progetto orto insieme a Slow Food. Ti posso confermare quanto siano apprezzate queste iniziative, sia per il ruolo sociale sia per quello che possiamo definire didattico. Dalla Natura di può sempre apprendere molto. (...) Con la speranza che il tutto possa realizzarsi presto, ti mando un caro saluto. Carlin"
Elettrizzati da questa disponibilità così autorevole, abbiamo cercato altri alleati. Ed immediata è arrivata la risposta positiva del Prof. Stefano Masini di Coldiretti (che è la maggiore organizzazione di produttori agricoli italiani) e dell'on. Claudio Barbaro, Presidente dell'ASI (una delle più importanti Reti associative del Terzo Settore). Non contenti, abbiamo coinvolto anche la Prof. Marina Formica del PUP (Polo Universitario Penitenziario) dell'Università di Tor Vergata.
Con questo schieramento così autorevole – Slow Food, Coldiretti, ASI e Università di Tor Vergata – eravamo convinti di trovare la massima disponibilità da parte della Direzione del Carcere di Rebibbia, nei cui ampi spazi verdi già esiste qualche esperienza di coltivazioni agricole autogestita dalle persone detenute. E invece, come al solito, niente da fare. Pensate che per mesi i tecnici delegati da quelle associazioni non sono mai stati neppure autorizzati a fare una prima visita ispettiva dentro il perimetro del carcere. Solo vaghe promesse, puntualmente disattese. Perché? Nessuno è mai stato capace di dare, a noi come agli enti proponenti, una risposta precisa.
Un'altra speranza si era riaperta quando il Comune di Roma capitale a ottobre scorso aveva convocato, grazie all'impegno della Garante comunale Valentina Calderone, il Consiglio comunale straordinario qui dentro al Carcere di Rebibbia. Tra le mozioni che furono votate all'unanimità ce n'era anche una che impegnava le strutture comunali a promuovere la creazione di un orto urbano dentro Rebibbia. A questo punto il coordinamento dell'iniziativa non poteva non passare in mano al Campidoglio. Ma anche in questo caso non si è visto nulla, non sappiamo se per inerzia del Comune o della Direzione del Carcere.
E oggi che Carlin Petrini se n'è andato ci rimane in gola l'amarezza di non aver potuto fare con lui questa avventura in questo luogo estremo. E soprattutto di non aver offerto alla popolazione detenuta una straordinaria occasione di promozione culturale, di integrazione sociale e di formazione lavorativa, a costo zero per l'Amministrazione.
Tutto questo sarebbe avvenuto sotto l'egida di questo personaggio unico, amico di Papa Francesco e di Re Carlo III, conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo, indicato nel 2008 dal quotidiano inglese "Guardian" come una delle "50 persone al mondo che potrebbero salvare il pianeta". Ma evidentemente non abbastanza "autorevole" o "affidabile" da essere preso in considerazione, almeno ascoltato, dalla Direzione del Carcere di Rebibbia.
Ma non abbandoneremo il nostro impegno, rafforzato dal ricordo di Carlin, di portare a termine questo sogno: realizzare un "orto comunitario" nel Carcere di Rebibbia dove le persone detenute possano imparare a coltivare, a valorizzare specie vegetali legate ai loro territori d'origine, a immettere prodotti nelle reti del commercio equo e solidale, a cucinare quello che loro hanno coltivato.
E, quando riusciremo a sfondare il muro di gomma della burocrazia, quest'orto si chiamerà:
"L'orto di Carlin a Rebibbia".
Gianni Alemanno e Fabio Falbo
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