Sovraffollamento e trattamenti inumani: come funzionano i rimedi risarcitori dell'art. 35-ter ord. pen.
Dalla sentenza Torreggiani ai reclami davanti al magistrato di sorveglianza

Il sovraffollamento carcerario non è soltanto un problema politico e organizzativo: è una questione giuridica che tocca il nucleo duro dei diritti fondamentali. L'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo vieta in modo assoluto la tortura e i trattamenti inumani o degradanti, e non ammette bilanciamenti con esigenze di bilancio o di sicurezza.
Nel 2013, con la sentenza Torreggiani e altri c. Italia, la Corte europea dei diritti dell'uomo ha condannato l'Italia per la violazione strutturale dell'art. 3 CEDU, riconoscendo che la detenzione in spazi inferiori a tre metri quadrati per persona costituisce una presunzione forte di trattamento inumano. La Corte impose allo Stato di introdurre rimedi interni, preventivi e compensativi.
Da quella condanna nasce l'articolo 35-ter della legge 26 luglio 1975 n. 354, che prevede due strumenti. Il primo è la riduzione della pena ancora da scontare, pari a un giorno ogni dieci giorni di detenzione subita in condizioni contrarie all'art. 3 CEDU. Il secondo, quando la pena residua non consente la detrazione oppure il periodo di detenzione illegittima è inferiore a quindici giorni, è il risarcimento in denaro pari a 8 euro per ciascuna giornata.
La competenza è del magistrato di sorveglianza per chi si trova in esecuzione di pena, mentre chi ha già terminato la detenzione deve rivolgersi al giudice civile del luogo di residenza entro sei mesi dalla cessazione dello stato detentivo. Il reclamo segue le forme dell'articolo 35-bis, che disciplina il reclamo giurisdizionale a tutela dei diritti dei detenuti.
La giurisprudenza di legittimità ha progressivamente chiarito i criteri di calcolo dello spazio disponibile: dalla superficie della camera vanno detratti gli arredi fissi e il bagno, mentre il letto a castello e gli spazi liberi di movimento sono valutati secondo i criteri elaborati dalla Grande Camera nel caso Muršić c. Croazia, che considera anche la libertà di movimento fuori dalla cella, la durata della permanenza e le condizioni igieniche complessive.
Il paradosso è evidente e attraversa tutto il racconto de L'Emergenza Negata: lo Stato preferisce risarcire a posteriori la violazione dei diritti piuttosto che rimuoverne le cause. Ogni euro liquidato ai sensi dell'art. 35-ter è la misura contabile di un fallimento istituzionale che si ripete ogni giorno nelle carceri italiane.
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