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Alemanno e Falbo: "Senza cultura il carcere è solo contenimento. Cancellare il teatro è una condanna a morte civile"

Cosa succede quando si chiude il sipario in carcere? L'HuffPost ha intervistato i due detenuti di Rebibbia – l'ex sindaco di Roma Gianni Alemanno e il suo compagno di cella Fabio Falbo – sulle conseguenze delle restrizioni che hanno quasi azzerato le attività teatrali e culturali per le persone detenute in alta sicurezza.
Nell'intervista Alemanno e Falbo ricordano la tradizione gloriosa di Rebibbia, dove il "Teatro libero" ha portato anche alla vittoria dell'Orso d'Oro al Festival di Berlino con "Cesare deve morire" dei fratelli Taviani, e denunciano una decisione "profondamente sbagliata, non solo sul piano umano ma anche su quello giuridico e amministrativo".
Il teatro e le attività culturali – spiegano – non sono un "premio" né una concessione discrezionale, ma strumenti di trattamento previsti dall'ordinamento penitenziario per dare concretezza alla funzione rieducativa della pena prevista dall'art. 27 della Costituzione.
Nell'intervista si affrontano anche il sovraffollamento a Rebibbia (oltre il 160%), la norma del decreto sicurezza sugli agenti penitenziari infiltrati in carcere e la riduzione degli strumenti trattamentali (scuola, università, computer per lo studio, corso di giornalismo, socialità).
In calce all'intervista, una lettera di Alemanno e Falbo ricostruisce il contesto: dalla tradizione culturale di Rebibbia con il messaggio del Presidente Napolitano, alla deriva delle circolari DAP che svuotano la funzione rieducativa, fino al rigetto del permesso per presentare il libro al Salone Internazionale del Libro di Torino.
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